TEATRO LA FENICE


Teatro La Fenice di Venezia. Alessandra Ferri La Divina. Teatro La Fenice di Venezia. Alessandra Ferri La Divina.

Alessandra Ferri è tornata La Divina per il Teatro La Fenice di Venezia portando in scena con l’Hamburg Ballet, in prima nazionale, la coreografia che John Nemeier creò per lei ad Amburgo nel 2015. Venezia e il Veneto sono territori importanti per la Duse. In città la fondazione Cini ha accolto l’ultimo lascito degli eredi creando alla sua Fondazione anche una stanza dedicata alla grande attrice, che è sepolta ad Asolo, dove si trova il fondo con molti suoi ricordi donato dall’unica figlia Enrichetta. Ottima, quindi, la collocazione per questa prima, che è stata preceduta in gennaio ad Amburgo da una raccolta fondi per sostenere il restauro del Teatro italiano danneggiato dalla marea. Lo spettacolo, una “fantasia coreografica” come lo stesso Neumeier lo definisce, su musica di Benjamin Britten e di Arvo Pärt eseguita dal vivo dall’orchestra del Teatro, è un emozionale itinerario lungo alcuni intimi momenti della vita di Eleonora. Si parte a ritroso da una Duse ormai anziana che, in un cinema -teatro nel teatro- assiste alla proiezione di Cenere, l’ unico film da lei interpretato. Da qui circondata da una folla osannante, costante e lievito della sua vita, in flash back, rivive i suoi più intensi innamoramenti. Alessandra Ferri ben riveste le sue paludate vesti e con drammatico ardore passa da un partner all’altro nelle dodici scene che compongono lo spettacolo diviso in due parti. E’ però Luciano Nicastro ( Alexandr Trusch) il soldato a cui lei dedica un lungo carteggio -molto sottolineato nello spettacolo il suo sostegno ai soldati della Seconda Guerra Mondiale- l’amore più romantico che sogna come Romeo e come Armand, eroi delle sue pièces teatrali. Arrigo Boito ( Alexandre Riabko) è l’amore più carnale, quello con D’Annunzio (Karen Azatyan) il più erotico e tempestoso. Spazio anche per due incontri femminili, l’atto consolatorio con Isadora Duncan (Anna Laudiere) e con la rivale Sarah Bernhardt, la bravissima Silvia Azzoni. E ancora l’amico Jacopo Belussi e l’abbraccio soffocante del pubblico impersonato da Marc Jubete. La prima parte chiude con il filmato del ritorno della sua salma da Pittsburg. Qui morì nel 1924 per polmonite durante una tournée intrapresa per motivi economici. Il lungo percorso di pas de deux si ritrova trasformato nella breve seconda parte dove Alessandra Ferri-Duse, in uno spazio liberato dal tempo e dalle passioni, ritrova i suoi amori e li rivive traendo da essi solo il nettare più delicato e quasi adolescenziale. E’ interessante osservare quanto la Ferri, quasi senza trucco come usava sempre la Duse, antesignana del femminismo- si sia immedesimata completamente nella parte più tragica della sua vita. Non certo quella dei successi teatrali sostenuti sempre dal suo dispotico carattere -non considerato da Nemeier- quanto la parte intima, appassionata e istintiva, dolorosa e sfortunata.

Ruggero Ruccelai

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