TOKYO BALLET


Teatro alla Scala Di Milano. The Kabuki di Maurice Bejart. Foto: Kiyonori Hasegawa. Teatro alla Scala di Milano. The Kabuki di Maurice Bejart. Foto: Kiyonori Hasegawa.

In due distinti programmi, il Tokyo Ballet alla sua quarta tournée al Teatro alla Scala di Milano, ha presentato quattro diversi brani dimostrando la sua ampia versatilità. Si è iniziato con il lunare Serenade di George Balanchine, dove la compagine femminile, alla quale è dedicato il balletto, ha dimostrato di stare acquisendo bene tutto il difficile linguaggio del coreografo russo-americano, gli allunghi, le velocità, lo sbilanciamento e tanta grazia nelle braccia. Le ragazze della compagnia oggi diretta da Yukari Saito, già prima ballerina, sono notevolmente cambiate nell’aspetto, quasi tutte molto alte e dalle gambe e piedi ben rotati. Mentre quella maschile vista al completo nelle creazioni béjartiane è sembrata meno puntuale. Ottima l’orchestra dell’Accademia della Scala ben diretta da Paul Murphy. Nel trittico presentato la prima sera ha trovato spazio Dream Time, prima rappresentazione in Italia. E’ un breve brano che Jiri Kylian creò meditando sull’Australia aborigena. Interpretato dal Tokyo Ballet prendono vita i graffiti di una cultura primordiale che declinati alla linearità di questi danzatori, tre donne e due uomini, si fanno calligrafia vivente dello stesso papiro che è scena, contenitore e memoria. Le ultime due recite sono l’emozione e il trionfo che solo il “loro Kabuki” può offrire. Béjart, sin dall’infanzia affascinato dalla cultura asiatica e giapponese si ispira per quest’opera, creata nel 1986, al Kabuki, forma di teatro nazionale che raccontava in genere fatti drammatici realmente accaduti. Con il suo The Kabuki Béjart ricorda al pubblico di come il messaggio fatto di coraggio, sacrificio e l’amore di un antico popolo sia valido ancora oggi. Si narra del katana, un’antica spada che porta il moderno protagonista a vestirsi dell’anima di un guerriero e a vivere le sue passioni. Lo spettacolo termina con la grandiosa scena dei quarantasette samurai che si tolgono la vita. Ancora una volta il pubblico rimane stregato dal rito che questa compagnia sa interpretare. Certo in qualche tratto la rappresentazione è stata aggiornata come cambiata un po’ è la compagnia maschile. In questa edizione è un po’ troppo evidente l’aggiunta degli scaligeri al gruppo maschile. Ed è mancato il grande drappo rosso che copre il sacrificio finale, come il lancio delle sciarpe. Un’edizione di The Kabuki un po’ asciugata, ma che mantiene intatto il fascino, le belle scene e i raffinati costumi. Il grande Béjart che nella sera precedente aveva chiuso il trittico con la sua Sagra della Primavera, senza dubbio la miglior versione moderna di questo celebre brano, qui supera ancora la soglia della grandezza coreografica, lasciandoci una delle sue più belle e significative creazioni.

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