ALLA SCALA


Teatro alla Scala di Milano. Onegin. Foto Brescia-Amisano Teatro alla Scala di Milano. Onegin. Bolle-Nuñez. Foto Brescia-Amisano

Puntuale, in autunno, è tornato Onegin, un balletto amatissimo e sempre accolto con successo. A ogni ripresa  il Direttore del Ballo, Frédéric Olivieri, irrobustisce interpretativamente la celebre coreografia di John Cranko creata nel 1965. Il balletto debuttò al Piermarini nel 1993 con Carla Fracci che interpretò allora, cinquantaseienne, il drammatico ruolo di Tat’jana, costruendone subito un grande personaggio dalle mille sfaccettature. Negli anni molte scaligere si sono succedete in questo ruolo chiave che governa l’intera vicenda, tra esse Alessandra Ferri. Per la seconda volta alla Scala Roberto Bolle, che negli anni ha definito completamente il ruolo arricchendolo di passione, è affiancato dalla straordinaria danzatrice argentina, e stella da anni del Royal Ballet, Marianela Nuňez, che in alcune gestualità rapide ricorda la stessa Fracci. Ma la Nuňez vi aggiunge anche una valenza contemporanea che rinfresca l’intera vicenda rendendocela attuale: perché in quel gran rifiuto finale ci sentiamo tutte Tat’jana. Intensa ed evidente è la sua intesa con Roberto Bolle, ormai padrone della drammatica figura del poeta Levskij al quale in questa edizione riserva anche risvolti meno patetici, più moderni, più scattanti. Il balletto ricco di intensi passi a due magistralmente creati da Cranko alzano mano a mano la temperatura della vicenda e nell’ultimo atto la Nuňez si prende completamente la scena. Si sente che Tat’jana le è entrata nella pelle, tanto da rivolgersi direttamente al pubblico con sguardi intensi uniti a gesti sospesi.  Poi  stravolge il tutto in velocità. Bolle, è splendido nel sostenerla e nel lasciarle quel protagonismo che permette ad entrambi di esaltare la loro grande interpretazione. Con loro l’ottimo Claudio Coviello, un Lenskij dolcemente romantico, eppure determinato a fronteggiare la spavalderia di Onegin sino al sacrificio, perfetti i suoi assoli da grande scuola. Fresca e incosciente la Ol’ga di Agnese di Clemente. Accanto a loro non meno significativa è la figura del principe Gremin, poi marito di Tatiana, il credibile e innamorato, Gabriele Corrado. Grande successo e applausi convinti anche nelle repliche con  Nicoletta Manni, l’altra Tat’jana, danzatrice sempre più drammatica e sempre più ricca di intense sfaccettature interpretative, qui in coppia con Marco Agostino anche lui in ascesa. Non particolarmente emozionante la direzione di Felix Korobov,  ma l’ultimo atto Nuňez-Bolle come Manni-Agostino, riscaldano anche l’orchestra e allora esplodono tutti i colori di Čajkwskij.  

Aurora Marsotto


Cirque du Soleil


Cirque du Soleil. Forum di Assago. Cirque du Soleil. « Corteo ». Forum di Assago.

Una lunga passerella  con un ampio spazio circolare al centro, tipico di un corteo che desidera prendere respiro, taglia l’arena del Forum di Milano Assago in due settori occupati dal pubblico. E’ l’idea del regista Daniele Finzi Pasca per questo spettacolo, “Corteo” del Cirque du Soleil presentato in questa breve tournée italiana. Spettacolo che debuttò nel 2005 a Montréal, allungando la lunga lista di successi di questa gioiosa espressione del nouveau circle, creato nel 1994 in Canada da Guy Laliberté. Due grandi velari, che ricordano i tendaggi dipinti dell’Opera di Parigi, separano il pubblico, lo nascondono per poi farlo apparire creando quel coup de théâtre che emoziona e favorisce l’applauso. Il corteo è un corteo funebre ma gioioso, trattandosi di quello, forse solo immaginato, da un clown. Nulla a che vedere però con il celebre spettacolo “Clowns” della stessa compagnia. Qui lustrini, coreografie complesse, esplosioni di ritmi e colori non ce ne sono. E’ un racconto quasi teatrale, sembra orchestrato da dietro le quinte da un clown, non protagonista, che ha dedicato a questo mondo l’intera sua vita. Bravo l’italiano Mauro Mozzani, peccato il suo accento bolognese che toglie l’apprezzata raffinatezza che riconosciamo al Cirque. Ma i numeri di acrobazia  (con materassi trampolini, pali, scale, parallele e nastro) sono eccezionali e gli artisti (una cinquantina in scena e una cinquantina di operatori nei back stage laterali) mantengono l’altissimo livello tecnico di questa creazione. Alla fine emerge un dolce sapore felliniano per la parata alla quale partecipano le storiche maschere clownesche, al ritmo della musica riprodotta dal vivo dalle quattro piccole orchestre. Una macchina complessa, dunque, e perfetta che regala anche il sogno di volare in bicicletta verso il Paradiso al clown Mauro che ha fatto ridere e piangere il pubblico. E chi se lo merita di più?

A. Marsotto  


TEATRO ALLA SCALA 2


Teatro alla Scala di Milano. Giselle. Teatro alla Scala di Milano. Giselle.

Si era detto precedentemente, parlando dell’andata in scena in questo autunno del balletto Giselle al Teatro alla Scala che, dopo le prime recite, sarebbe stata, forse, un’altra storia. E lo è stata. Come di consueto la distribuzione dei ruoli, dopo le étoiles Svetlana Zakharova e David Halberg, sono stati attribuiti ai nostri primi ballerini, ai nostri solisti. E allora Giselle è come fosse rinata, è tornata nostra, drammatica ed emozionante. Quella a cui siamo affezionati, quella che ottiene all’estero successi incondizionati. Cosa offrono di diverso i nostri interpreti dei più acclamati artisti stranieri? L’aderenza alla  coreografia originale, il rispetto dei tempi musicali, una buona interpretazione, comunque coerente con il contesto e antiche e moderne emozioni, bilanciate con personale intelligenza e partecipazione da tutti gli interpreti. Null’altro. Ma ciò oggi è molto e difficile da trovare nelle produzioni anche di grandi teatri stranieri. Non c’è più la ricerca e la conservazione del particolare coreografico, quello che fa la differenza tra una grande interpretazione e una di routine. E allora, ecco alla ribalta la freschezza dell’amore, con tutta la sua ingenuità e candore danzato da Nicoletta Manni e da quel principe guascone che è Timofej Andriashenko, dalla tecnica ormai sempre più cristallina. Nessuno dei due si è sottratto alle impervie vie tecniche e la Manni ha offerto con intelligenza anche il difficile doppio registro interpretativo, terreno e soprannaturale.  Alla seguente coppia, Vittoria Valerio e Claudio Coviello la scelta di due atti drammaticamente complementari. Già dalle prime battute la Valerio è consapevole di essere la vittima di un sogno d’amore e in questa visione conduce il gioco. E’ la protagonista indiscussa della scena sia terrena che soprannaturale, e alla quale il dolce Coviello, dalla tecnica sempre limpida, l’asseconda sino alle ultime note. Note che finalmente il Direttore Coleman ricrea con sicurezza e colore, non dovendo più rincorrere le accelerazioni imposte nelle prime serate.  


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