LUGANO LAC


Lac di Lugano. The great tamer. Dimitris Papaioannou. Julian Mommert. Lac di Lugano. “The great tamer” di Dimitris Papaioannou. Foto Julian Mommert.

Nella bellissima cornice del Lac di Lugano è approdato The Great Time di Dimitri Papaioannou. E’ il titolo cult del visual artist greco, in tournée anche in Italia. Lo spettacolo, pensato come un intrigante itinerario nel mito e nella storia, spigola tra alcune delle più forti inquietudini che il Tempo e l’Uomo insieme hanno identificato. Il pubblico, una platea sold out attentissima, segue i suoi dieci performer (sette uomini ad immagine dello stesso Papaioannou e tre ragazze) nella scabra quanto complessa scenografia dove ogni tassello posto su una pedana inclinata offre un episodio sempre sorprendente. Ci si avvale spesso di nudità integrali che mai offendono ma sono solo lo strumento per raccontare momenti artistici e umani, episodi storici e culturali, tappe dell’Uomo nel suo cammino sempre incalzato dal Tempo che, generato, lo raccoglierà poi secondo il ciclo periodico delle stagioni. Lugano in Scena, con la direzione artistica di Carmelo Rifici, è un variegato ventaglio che propone opera, prosa e danza di qualità sino all’estate. Prossimi appuntamenti per la danza, con scadenza mensile sono l’atteso Bèjart Ballet Lausanne, Romeo e Giulietta di Angelin Preljocai e una nutrita schiera di compagnie d’Oltre Oceano: dalla Paul Taylor Dance Company, a Ballets Jazz de Montréal, la Stephen Petronio Company, il Tulsa Ballet e i Trokadero.

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MUSICAL


Teatro Nazionale di Milano, Mary Poppins il Musical fino al 31 dicembre. Teatro Nazionale di Milano, Mary Poppins il Musical fino al 31 dicembre.

Dopo il successo di primavera ( 3 mesi di repliche 100.000 biglietti al botteghino) Mary Poppins ha riaperto il suo ombrello paracadute e si è riappropriata del palcoscenico del Teatro Nazionale di Milano. Si fermerà sino al 31 dicembre allietando grandi e piccini. E’ questa la versione teatrale proveniente da Broadway ma in versione, autorizzata Disney, in italiano. La trama appartiene però, più alla stesura di P.L Travers, autrice di quel volume pubblicato nel 1934 al quale diede la caccia per anni lo stesso Walt Disney, e che recentemente si è tradotta in un film.  Il successo, proprio del primo Mary Poppins in celluloide, al quale contribui notevolmente la presenza di Julie Andrews e di una super compagnia di danza e autori di effetti speciali, sta dando lunga vita al titolo teatrale. Ma in scena al Nazionale lo spettacolo non è la sua fotocopia. Gli avvenimenti, stampati nella mente di tutti, trovano una successione diversa e non sempre congrua con la narrazione. Il focus si concentra molto sui problemi famigliari ai quale le figure di riferimento offrono stereotipi  desueti. La storia si sa è ambientata a cavallo tra Ottocento e Novecento, ma nel film tutti i personaggi sono ritratti con forti ma veloci pennellate e l’attenzione è portata sulla magica protagonista che con una “fermezza” molto simpatica e leggera rimette la famiglia sulla carreggiata dell’amore e del rispetto. Qui Giulia Fabbri, dalla bella voce, offre una Mary Poppins più rigida e dotata di un forte senso del comando. La danza c’è, poca, ma sempre di un buon assieme, e non offre ai pur bravi danzatori spazio per importanti prestazioni, vedi lo spazzacamino Davide Sammartano con un brevissimo tip tap. Il tempo della danza e dei voli è lasciato a intrusioni di altri personaggi (tata Matilda?)  che allungano lo spettacolo, togliendo la velocità necessaria per una conclusione scoppiettante. Sappiamo che il format teatrale è tenuto nelle salde mani della Walt Disney, ma ciò non giustifica anticipare al primo atto la meravigliosa scena della vecchina dei piccioni. Lasciata nel finale come nel film troverebbe la sua giustificazione. Ma apprezziamo grandemente lo sforzo del regista, della coreografa, e di tutta la compagnia -la più convincente Alice Mistroni, Mrs Banks- e dei bravi ragazzini a comporre lo spettacolo.


DANCE MOVIE


Rudolf Nureyev Il Film. Presentato da Nexodigital nelle sale cinematografiche. Rudolf Nureyev Il Film. Presentato da Nexodigital nelle sale cinematografiche.

Il 2018 segna il venticinquesimo anno dalla scomparsa di Rudolf Nureyev e si susseguono gli omaggi. E’ arrivato sugli schermi italiani, distribuito nei cinema in esclusiva Nexo, il film Nureyev dei registi, già candidati al BAFTA, Jacqui e David Morris e sostenuto dalla Rudolf Nureyev Foundation e dal Gay Pride Worldwide. Sono due ore intense di proiezione, ben sostenute dalla colonna sonora originale di Alex Baranowsky, con stralci storici del periodo di apprendistato in Russia, con 16 minuti di filmati inediti. Materiale raro sia riferito a Nureyev e alla sua famiglia che al suo entourage. Ne esce da questi frammenti il carattere indomito del “tartaro volante” e la giustifica di quel suo grand jété tra le braccia delle guardie francesi il 17 giugno del 1961, quando capì che la completa libertà di danzare la poteva trovare solo in Occidente. Il film poi propone filmati della sua permanenza nella compagnia del Marchese di Cuevas, senza specificarne le motivazioni- rimasto a Parigi era comunque un personaggio scomodo e difficile da gestire-. Ci si sofferma sulla sua intesa con Erik Bruhn, presentato qui come l’amore della sua vita. Poi ecco che di lui si accorge Margot Fonteyn. Il loro sodalizio, lo sappiamo, è stato grande, intenso. Un do ut des artistico unico, sorretto anche da rispetto e affetto. E ancora grande e irripetibile è la loro interpretazione di Romeo e Giulietta di MacMillan per il Royal Ballet, che in questo film sembra essere il palcoscenico più praticato da Nureyev. Foto con la Royal Family, inserimenti contemporanei di Maliphant in un ricordo molto british. Poi si passa alla causa della sua morte e al suo ultimo periodo racchiuso nella parentesi della direzione dell’ Opera di Parigi. E in mezzo? Certo un breve stralcio con Martha Graham e con Baryshnikov, ma l’Italia? Nervi, Spoleto, Carla Fracci, la Scala, Li Galli, Ravello? Le creazioni, le rivisitazione dei balletti di repertorio, la svolta che diede al “porteur” trasformando Albrecth in un protagonista alla pari di Odette-Odile, il suo amore per la musica che lo sostenne e la sostituì alla danza nell’ultimo periodo della sua vita? E quel Chant béjartiano che è stato il suo canto del cigno e con il quale si congedò dal palcoscenico? Nulla di tutto ciò. Dopotutto alla fine dell’Ottocento sul Times si leggeva che se c’era nebbia a Londra, il Continente era isolato e Carmelo Bene asseriva che Shakespeare aveva copiato le sue pagine più belle dal nostro “incommensurabile” Matteo Bandello. Il film lo consideriamo allora il primo tempo della Sagra cinematografica Nureyev. A quando il secondo?

Aurora Marsotto


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