TEATRO PONCHIELLI


Autobiography Teatro Ponchielli di Cremona. Autobiography di Wayne McGregor.

Dopo Milano e la Scala Wayne McGregor è riapparso con la sua compagnia a Cremona, al Teatro Ponchielli, all’interno della storica Rassegna La Danza. Ha presentato su questo palcoscenico Autobiography, uno spettacolo che gli è valso nel 2017 il Premio Danza&Danza come miglior spettacolo contemporaneo dell’anno. E’ un brano corale dove i suoi danzatori hanno portato alla coreografia molteplici e personali idee che si snoda in gruppi, assoli e duetti. Quasi una prova d’esame per un casting d’alta classe dove ognuno offre il meglio di sé e non solo atleticamente, ma giocando d’interpretazione sempre duttile, a volte sofisticata e ironica. Giova all’impresa il non averli voluti standardizzare, ma, come si usa oggi, il concepire una compagnia di danzatori di differente aspetto, ma uguali per fortissima preparazione. Prossimo appuntamento di questa rassegna il 29 maggio con Tero Saarinen e la sua compagnia. E il Ponchielli oggi è tutto Monteverdi con il lungo e articolato Festival musicale da spigolare sul sito www.monteverdifestivalcremona.it.

www.monteverdifestivalcremona.it


LEONARDO FRANCESE?


Per France 2 e per Rai 1, Leonardo sarebbe Francese e italo-francese... Per France 2 e per Rai 1, Leonardo sarebbe Francese e italo-francese…

Bisogna ammettere che i 500 anni dalla morte di Leonardo hanno scatenato le fantasie. Se per France 2 era “un genio francese”, per Rai 1 è diventato un genio “italo francese”. Peccato che sia nato a Vinci, si sia formato a Firenze e a Milano fosse riconosciuto come genio universale. Peccato che non abbia dipinto il Cenacolo in qualche località balneare della Costa Azzurra, dove organizzano quelle simpatiche adunate cinematografiche, e peccato che i francesi ladri al seguito di Napoleone abbiano rubato i codici leonardeschi alla Biblioteca Ambrosiana di Milano quando hanno invaso l’Italia alla fine del Settecento. Peccato che sia stato restituito soltanto il Codice Atlantico e peccato che non abbiano rubato anche i Navigli, così almeno si smetterebbe di discutere se riaprirli o no. I francesi hanno anch’essi i loro grandi, ma un Leonardo non l’hanno mai avuto ed è stato da loro ospitato soltanto negli ultimi suoi anni. Non è nemmeno vero che il sommo artista sia morto tra le braccia del re francese, perché è un’altra invenzione. Intanto appaiono ciocche di capelli leonardeschi, libri su di lui come viticultore o qualcosa del genere. Pazienza. Passerà anche questo anniversario e così potremo di nuovo occuparci di Leonardo come si faceva quando la comunicazione non sbrodolava ovunque. Aspettiamo soltanto che qualche mattacchione affermi che abbia lasciato i primi disegni per la torre Eiffel.


ALLA SCALA


Teatro alla Scala di Milano. Wolf Work con Alessandra Ferri. Foto Brescia-Amisano Teatro alla Scala di Milano. Wolf Work con Alessandra Ferri. Foto Brescia-Amisano.

Alessandra Ferri è rientrata in questi giorni sul palcoscenico scaligero con Wolf Work, lavoro creato per lei tre anni fa da Wayne McGregor al Royal Ballet e che le valse il secondo Olivier Award. Qui si ripresenta con lo stesso partner, il bravo Federico Bonelli, principal al Royal. Il complesso personaggio della scrittrice inglese del primo Novecento, Virginia Wolf, ben le si attaglia e McGregor è abile ad affabularne la trama (lui che non è un coreografo avvezzo alla narrazione) districandosi tra scritti, romanzi, diari e vita privata della stessa autrice. Ne nasce un trittico che parte dal romanzo Mrs. Dalloway con un gioco di rimandi tra protagonisti e la stessa Wolf. Presenze più inquietanti che costruttive, dove gli scaligeri Timofej Andrijashenko, presto Romeo al Royal Ballet di Londra, e Claudio Coviello sanno ritagliarsi una bella interpretazione, mentre la Ferri sembra attendere altro. Il celebre Orlando, reso famoso, dall’omonimo film, occupa di prepotenza la seconda parte del programma affidato per intero al Corpo di Ballo del Teatro e soprattutto ai primi ballerini e ai solisti. Qui è una gara a mettersi in luce con acrobazie (la Manni) con sensualità (la Toppi) con potenza (Faggetti), ma tutti brillano dimostrando a McGregor la loro grande qualità a distreggiarsi nel suo vocabolario tra raggi laser, fumi e sapori Tudor.  Chiude la serata una meditazione sulla fine della Wolf costruita secondo un disegno che segue l’andamento delle onde (riferimento al romanzo The Waves, specchiate nella proiezione cinematografica rallentata di un mare mosso). Qui McGregor offre un interessante impianto coreografico e il gioco delle onde in video riproposto dalle braccia e dai corpi dei danzatori è uno dei momenti migliori di Wolf Work. Anche Alessandra Ferri sente il fremito creativo e sembra più convincente la sua presenza anche grazie alla musica di Max Richter, che ossessiva e ripetitiva, sostiene l’azione, qui meglio che nei precedenti brani.

Aurora Marsotto


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