MONTECARLO


Forum Grimaldi di Montecarlo. La Mégère Apprivoisée di Christofle Maillot. Alessandra Tognoloni e Francesco Mariottini. Foto Alice Blangero. Forum Grimaldi di Montecarlo. La Mégère Apprivoisée di Jean Christophe Maillot. Alessandra Tognoloni e Francesco Mariottini. Foto Alice Blangero.

I Balletti di Montecarlo al ritorno della loro lunga e applauditissima tournée in Asia e in Australia, hanno presentano dal 26 al 28 luglio nella Sala dei Principi al Forum Grimaldi la bella Mégère Apprivoisée, la Bisbetica Domata in una versione glamour, minimalista e con un tocco di musical, com’é nella vena di Maillot. Ottimi gli interpreti che danno sempre una splendida dimostrazione di versatilità artistica. A loro si deve il grande successo di questo lavoro che ha vinto tre Maschere d’Oro ed è stato già applaudito in molti teatri. Il gioco shakesperiano è rivisitato non sempre in chiave grottesca e sagace. Intense e sensuali sono le scene d’amore. Spesso però prevale l’irruenza fisica e in questo momento storico vedere Caterina e Petruccio prendersi non solo a schiaffoni, reca un po’ di fastidio anche se gli interpreti sono atleticamente superbi. Ma le pagine di Dimitri Shostakovich, jazzate e riorchestrate da Igor Dronov, sostengono tutto il tessuto coreografico con quella sofisticata linearità che ben riconosciamo anche alle scene di Ernest Pignon-Ernest, alle luci di Dominique Drillot e ai costumi di Augustin Maillot, compagni delle mille avventure di Maillot.

Aurora Marsotto


TOKYO BALLET


Teatro alla Scala Di Milano. The Kabuki di Maurice Bejart. Foto: Kiyonori Hasegawa. Teatro alla Scala di Milano. The Kabuki di Maurice Bejart. Foto: Kiyonori Hasegawa.

In due distinti programmi, il Tokyo Ballet alla sua quarta tournée al Teatro alla Scala di Milano, ha presentato quattro diversi brani dimostrando la sua ampia versatilità. Si è iniziato con il lunare Serenade di George Balanchine, dove la compagine femminile, alla quale è dedicato il balletto, ha dimostrato di stare acquisendo bene tutto il difficile linguaggio del coreografo russo-americano, gli allunghi, le velocità, lo sbilanciamento e tanta grazia nelle braccia. Le ragazze della compagnia oggi diretta da Yukari Saito, già prima ballerina, sono notevolmente cambiate nell’aspetto, quasi tutte molto alte e dalle gambe e piedi ben rotati. Mentre quella maschile vista al completo nelle creazioni béjartiane è sembrata meno puntuale. Ottima l’orchestra dell’Accademia della Scala ben diretta da Paul Murphy. Nel trittico presentato la prima sera ha trovato spazio Dream Time, prima rappresentazione in Italia. E’ un breve brano che Jiri Kylian creò meditando sull’Australia aborigena. Interpretato dal Tokyo Ballet prendono vita i graffiti di una cultura primordiale che declinati alla linearità di questi danzatori, tre donne e due uomini, si fanno calligrafia vivente dello stesso papiro che è scena, contenitore e memoria. Le ultime due recite sono l’emozione e il trionfo che solo il “loro Kabuki” può offrire. Béjart, sin dall’infanzia affascinato dalla cultura asiatica e giapponese si ispira per quest’opera, creata nel 1986, al Kabuki, forma di teatro nazionale che raccontava in genere fatti drammatici realmente accaduti. Con il suo The Kabuki Béjart ricorda al pubblico di come il messaggio fatto di coraggio, sacrificio e l’amore di un antico popolo sia valido ancora oggi. Si narra del katana, un’antica spada che porta il moderno protagonista a vestirsi dell’anima di un guerriero e a vivere le sue passioni. Lo spettacolo termina con la grandiosa scena dei quarantasette samurai che si tolgono la vita. Ancora una volta il pubblico rimane stregato dal rito che questa compagnia sa interpretare. Certo in qualche tratto la rappresentazione è stata aggiornata come cambiata un po’ è la compagnia maschile. In questa edizione è un po’ troppo evidente l’aggiunta degli scaligeri al gruppo maschile. Ed è mancato il grande drappo rosso che copre il sacrificio finale, come il lancio delle sciarpe. Un’edizione di The Kabuki un po’ asciugata, ma che mantiene intatto il fascino, le belle scene e i raffinati costumi. Il grande Béjart che nella sera precedente aveva chiuso il trittico con la sua Sagra della Primavera, senza dubbio la miglior versione moderna di questo celebre brano, qui supera ancora la soglia della grandezza coreografica, lasciandoci una delle sue più belle e significative creazioni.


TEATRO ALLA SCALA


Teatro alla Scala di Milano. La Bella Addormentata. Nella foto: Nicoletta Manni e Timofej Adrijashenko. Teatro alla Scala di Milano. La Bella Addormentata. Nella foto: Nicoletta Manni e Timofej Adrijashenko.

Gara tra Belle: seduzione, tecnica, fascino tra Polina Semionova alla prima, poi Nicoletta Manni anche in sostituzione di Natalia Zakharova infortunata e Martina Arduino. Tutte Belle Addormentate pronte a risvegliarsi al bacio del principe Désiré interpretato dal fascinoso Timofej Andrijashenko per le prime due, Nicola Del Freo per la Arduino e Claudio Coviello ancora per la Manni. Impresa riuscita e applauditissima dal pubblico che ha offerto il sempre esaurito in tutte le numerose recite. E con questa Bella Addormentata nella versione Nureyev, il Corpo di Ballo scaligero ha salutato i suoi affezionati prima delle vacanze estive, dandogli appuntamento dal 17 settembre all’8 ottobre con un altro intramontabile titolo, Giselle. Ben declinata in questo periodo al classico più puro, la compagnia ha offerto un’ottima prova di questa sontuosa messa in scena di Frigerio (oggi un po’ d’antan) mentre i costumi della Squarciapino superano i cinquant’anni dalla prima (Teatro alla Scala 22 settembre 1966 con lo stesso Nureyev,  Carla Fracci e Anna Maria Prina Fata dei Lillà) sempre bellissimi e di una ricchezza così raffinata da sembrare eterna. Il balletto creato a San Pietroburgo alla corte imperiale dal felicissimo connubio Čajkovskij-Petipa, fu un omaggio allo corte dello zar, ma ricorda anche la corte di Versailles e la sua Francia che il coreografo Marius Petipa non dimenticò mai (si ostinò a parlare nella nuova patria sempre francese durante sessant’anni di permanenza, due mogli e nove figli russi). Ma è lo stesso fascino grandeur che colpì anche Rudolf Nureyev, sempre molto rispettoso delle fonti per le sue ricreazioni dei balletti di repertorio. La fiaba nasce infatti come intrattenimento alla corte del Re Sole. E ancora oggi la sua Bella è sempre attuale, perché la coreografia, la sequenza dei passi aderentissimi alla musica eppure sempre evocativi di essa, sanno rapire l’immaginario del pubblico contemporaneo. Certo occorre tecnica da super star per superare le mille difficoltà che Rudolf vi inserì per mettere alla prova se stesso e gli altri. E’ una raffinata gara che sa esaltare i più abili della compagnia in ogni loro peculiarità. Ed ecco la dolcissima Polina Semionova (l’unica ospite) rapire l’attenzione per le sue bellissime braccia e per il portamento regale, la forte Martina Arduino impavida alla sua prima Bella come Nicola Del Freo, ottimo anche nell’assolo del passo a cinque. Poi ci sono loro, gli innamorati in scena e nella vita. Tutti si aspettavano di partecipare alla loro storia d’amore traslata in palcoscenico. Non hanno deluso, anche perché sono stati delicati e sereni nell’affrontare il turbinio di emozioni che questa Bella ha sicuramente infuso in loro. E poi hanno sfoderato la loro tecnica, super cristallina quella della Manni, più interpretativa quella Andrijashenko. Come Claudio Coviello, in coppia con la Manni in due recite. E’ uno splendido ballerino Coviello, un ottimo Désiré, ma lo preferiamo in coppia con Vittoria Valerio, altra grande danzatrice della Scala. Insieme hanno offerto la variazione degli Uccellini Azzurri, un brano da star, dove emozione, palpiti e tecnica si sono uniti a meraviglia. Valeria la vediamo come sua partner ideale. E poi altre belle interpretazioni, la Carabosse di Beatrice Carbone ha dato quel là in più alla strega in versione femminile (l’originale di Petipa, ma anche la prima versione di Nureyev prevedeva un uomo en travestie). La Carbone sa ben esporre il lato perfido delle donne, mentre Emanuela Montanari è una bella e raffinata Fata dei Lillà, capace di ritagliarsi uno scanno dorato nel nutrito assieme. E ancora i reali, i genitori d’Aurora. Sono parti difficili, c’è molto fraseggio mimico come per la Fata dei Lillà o per il ciambellano, e spesso si cade nel grottesco. Ma  qui i primi ballerini Marta Romagna e Alessandro Grillo, altra coppia d’amore anche nella vita privata, se la sono cavata benissimo, come il ciambellano di Riccardo Massimi, donando regalità ed eleganza a questo grande affresco barocco che è la Bella di Nureyev.

Aurora Marsotto


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