TEATRO STREHLER


Al Teatro Strehler di Milano, un Nzmico del Popolo, di Massimo Popolizio. Al Teatro Strehler di Milano, Un Nemico del Popolo, di Ibsen. Nell’interpretazione di Massimo Popolizio.

Taglio moderno, asciutto, con riferimenti contemporanei, è questa l’interpretazione che Massimo Popolizio da de Un nemico del popolo, del drammaturgo svedese Henrik Ibsen. Lo spettacolo, vincitore del Premio Ubu 2019, è approdato al Teatro Strehler di Milano. Popolizio, che ne firma anche la regia, si riserva la parte del protagonista, il medico che dopo aver fatto ricca la sua città attraverso l’installazione delle Terme, si accorge che l’acqua che le alimenta è inquinata. La necessità di chiuderle si scontra con il raggiunto benessere dell’intera cittadinanza, rappresentata dal fratello sindaco -una strepitosa Maria Paiato en travesti- poi con il direttore del locale giornale e il presidente del comitato cittadino. Tutti contro la difesa della salute in nome della raggiunta e continuativa ricchezza. La diatriba si allarga dallo stretto contenzioso alle dinamiche che  scaturiscono da esso. La popolazione e quindi i suoi rappresentanti non hanno ancora raggiunto la consapevolezza del momento, mentre Popolizio, dagli echi ronconiani, sa estrapolarne la drammatica attualità.

A.M.


TEATRO LA FENICE


Teatro La Fenice di Venezia. Alessandra Ferri La Divina. Teatro La Fenice di Venezia. Alessandra Ferri La Divina.

Alessandra Ferri è tornata La Divina per il Teatro La Fenice di Venezia portando in scena con l’Hamburg Ballet, in prima nazionale, la coreografia che John Nemeier creò per lei ad Amburgo nel 2015. Venezia e il Veneto sono territori importanti per la Duse. In città la fondazione Cini ha accolto l’ultimo lascito degli eredi creando alla sua Fondazione anche una stanza dedicata alla grande attrice, che è sepolta ad Asolo, dove si trova il fondo con molti suoi ricordi donato dall’unica figlia Enrichetta. Ottima, quindi, la collocazione per questa prima, che è stata preceduta in gennaio ad Amburgo da una raccolta fondi per sostenere il restauro del Teatro italiano danneggiato dalla marea. Lo spettacolo, una “fantasia coreografica” come lo stesso Neumeier lo definisce, su musica di Benjamin Britten e di Arvo Pärt eseguita dal vivo dall’orchestra del Teatro, è un emozionale itinerario lungo alcuni intimi momenti della vita di Eleonora. Si parte a ritroso da una Duse ormai anziana che, in un cinema -teatro nel teatro- assiste alla proiezione di Cenere, l’ unico film da lei interpretato. Da qui circondata da una folla osannante, costante e lievito della sua vita, in flash back, rivive i suoi più intensi innamoramenti. Alessandra Ferri ben riveste le sue paludate vesti e con drammatico ardore passa da un partner all’altro nelle dodici scene che compongono lo spettacolo diviso in due parti. E’ però Luciano Nicastro ( Alexandr Trusch) il soldato a cui lei dedica un lungo carteggio -molto sottolineato nello spettacolo il suo sostegno ai soldati della Seconda Guerra Mondiale- l’amore più romantico che sogna come Romeo e come Armand, eroi delle sue pièces teatrali. Arrigo Boito ( Alexandre Riabko) è l’amore più carnale, quello con D’Annunzio (Karen Azatyan) il più erotico e tempestoso. Spazio anche per due incontri femminili, l’atto consolatorio con Isadora Duncan (Anna Laudiere) e con la rivale Sarah Bernhardt, la bravissima Silvia Azzoni. E ancora l’amico Jacopo Belussi e l’abbraccio soffocante del pubblico impersonato da Marc Jubete. La prima parte chiude con il filmato del ritorno della sua salma da Pittsburg. Qui morì nel 1924 per polmonite durante una tournée intrapresa per motivi economici. Il lungo percorso di pas de deux si ritrova trasformato nella breve seconda parte dove Alessandra Ferri-Duse, in uno spazio liberato dal tempo e dalle passioni, ritrova i suoi amori e li rivive traendo da essi solo il nettare più delicato e quasi adolescenziale. E’ interessante osservare quanto la Ferri, quasi senza trucco come usava sempre la Duse, antesignana del femminismo- si sia immedesimata completamente nella parte più tragica della sua vita. Non certo quella dei successi teatrali sostenuti sempre dal suo dispotico carattere -non considerato da Nemeier- quanto la parte intima, appassionata e istintiva, dolorosa e sfortunata.

Ruggero Ruccelai


AL CARCANO DI MILANO


Teatro carcano di Milano. Io Don Chisciotte, Balletto di Roma. Foto Gabriele Orlandi. Teatro carcano di Milano. Io Don Chisciotte, Balletto di Roma. Foto Gabriele Orlandi.

Fabrizio Monteverde, dopo un periodo cubano “di stacco”, è tornato a coreografare e a occuparsi dei grandi classici. Dopo Romeo e Giulietta e Otello, gli shakespeariani che gli anno dato la fama, ecco il ritorno sul grande capolavoro di Cervantes. Aggiunge al titolo il pronome Io a Don Chisciotte e si avvale come base musicale della partitura che Ludvig Minkus creò per l’omonimo balletto. Affidato alla compagnia del Balletto di Roma ne è nata una pièce danzata di poco più di un’ora, ora in tournée anche a Milano al Teatro Carcano, dove Don Chisciotte si trasforma in ognuno di noi che, in questa società uniformata di valori, abbia ancora voglia di sognare, di studiare, di amare senza vincoli, e soprattutto non abbia abbandonato la fantasia. Questi i presupposti che si evincono dall’inizio della composizione lasciata alla voce di Stefano Alessandroni e alle parole tratte da “A tutti gli illusi”, Don Chisciotte, diario Intimo di sognatore di Corrado d’Elia. E ben ci immergiamo nell’atmosfera industrialmente spoglia dove un’auto sgangherata è trasformata nell’ultimo ricovero di due disperati: Don Chisciotte e Sancho Panza. E se il protagonista non risulta ben delineato, dov’é la raffinatezza dello studioso, non compresa dalla nostra società, ma che appartiene a Don Chisciotte? E’ Sancho Panza, genialmente ideato da Monteverde come una ragazza prossima al parto, che prima accetta il sostegno disinteressato di Don Chisciotte, poi, accortasi che è un debole, lo sostiene e lo incita a difendersi dalla società. Non riuscendoci, sarà ancora lei a prepararlo a una vita difficile e soccombente vita. Al lavoro non aiuta la musica giocosa, dagli echi spagnoleschi di Minkus. Qui non c’è aria né di sogno (la Dulcinea di Roberta De Simone ha la risolutezza di una manager, sicuramente poco romantica) né di festa, tristissimi sono gli insiemi di una moltitudine metropolitana. Eppure c’è una luce, Azzurra Schena. Lei impersona Sancho Panza, la donna incinta, che con la sua bravura, la sua dolcezza, i suoi strazianti assoli dà lo spessore al lavoro di Monteverde. E’ lei la protagonista. Il ragazzo che impersona il titolo, non ha ancora le capacità coreutiche e interpretative per questo ruolo. Ma Azzurra sì. E la sua bravura le fa condurre le danze, assoggetta ai suoi movimenti anche una musica così lontana e si fa riferimento per tutta la compagnia e per il pubblico. Ottima prestazione!


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