MILANOLTRE 2020


Al Festival MilanOltre Edizione 2020, i 25 anni della compagnia romana Spellbound Contemporary Ballet. Al Festival MilanOltre Edizione 2020, i 25 anni della compagnia romana Spellbound Contemporary Ballet.

In chiusura del Festival MilanOltre, festeggiamenti per i 25 anni della compagnia romana Spellbound Contemporary Ballet, che portando particolari brani, ha esaltato l’ottima preparazione dei suoi danzatori. Osservando il protocollo sportivo e il monitoraggio degli interpreti, si è potuto proporre al pubblico coreografie invariate e senza mascherina. Un passo avanti verso una normalità che ci manca. Mario Astolfi, coreografo e fondatore della compagnia ha proposto due sue creazioni, una dedicata a Maria Cossu, l’interprete che ha seguito tutto il percorso della compagnia, e che legge meravigliosamente il suo lessico. Chiusura con Wonder Baazar, un pensiero forte verso il desiderio di cambiare e l’incapacità di attuarlo. Abbastanza simile all’apertura della serata affidata a Marte, un nuovo lavoro del coreografo di Valencia Marcos Morau, dal titolo Marte. Un approccio ricco di aspettative per questo pianeta da parte di un gruppo di giovani che invece ne sarà deluso. Bravissimi gli esecutori di questi tre brani che meriterebbero situazioni meno penalizzanti e costumi meno mortificanti. Vola l’atteso assolo dell’olandese Marco Goecke, interpretato da un ottimo elemento della compagnia, Marco La Terza. Affi, creato nel 2006 è stato subito successo ed eseguito da diversi danzatori. La Terza si è meritato tutto il plauso del pubblico per questi 15 minuti adrenalinici. Sarà un brano che presto altri  vorranno danzare, perché sa unire perfezione classica e velocità contemporanea, ma lascia parecchio spazio a una personale interpretazione.

Aurora Marsotto


TEATROALLASCALA


Teatro alla Scala di Milano. Alessandra Ferri e Federico Bonelli. Foto Brescia-Amisano. Teatro alla Scala di Milano. Alessandra Ferri e Federico Bonelli. Foto Brescia-Amisano.

L’orchestra è collocata in palcoscenico, sul fondo. La sua buca è stata chiusa per offrire maggior spazio di azione ai danzatori che si muovono anche in proscenio. Il pubblico è distanziato  ampiamente e mascherato secondo le regole anti-covid, mentre i danzatori, tamponati precedentemente e negativi, ne sono finalmente privi. Ecco la ripartenza della Danza alla Scala. Con queste direttive la serata potrebbe sembrare fredda e rigida. Invece il Gala offre momenti di danza di grande emozione, riuscendo a far dimenticare il difficile momento. Lo spettacolo decolla dal secondo brano presentato, la novità creata per l’occasione dal coreografo Mauro Bigonzetti. Do a Duet è un passo a due femminile interpretato da Antonella Albano e Maria Celeste Losa. Due fisicità diverse che si compenetrano con ritmo dialogando meravigliosamente con l’orchestra. Poco adatto, invece alla serata così concepita, è il passo a tre tratto dal Corsaro, portato in scena da Martina Arduino, Marco Agostino e Federico Fresi, che ha anche risentito della lunga pausa. Chi, invece, è riuscito a calarsi con grande maestria nel personaggio, regalando al pubblico uno dei pezzi più belli della serata, è stato Claudio Coviello, nell’assolo che Rudolf Nureyev creò per se stesso nella sua versione della Bella Addormenta. Solo, al centro della scena, circondato dai musici, ha offerto una esecuzione struggente e d’alta classe. Frizzante è stato l’omaggio a Zizi Jeanmaire, recentemente scomparsa. E non tanto per il pezzo, la Carmen firmata da Roland Petit, rappresentata dalla  celebre scena “della stanza”, quanto dall’intenso dialogo ben costruito dei due interpreti, Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko. Segue l’ étoile Svetlana Zakharova nella Morte del cigno, già presentata alla Scala. Brano che meriterebbe una lettura più morbida. Poi ecco Alessandra Ferri che con Federico Bonelli, principal al Royal Ballet, si prende la scena dell’intera serata. Danzano nel celebre passo a due tratto da Le Parc di Angelin Preljocaj. E’ una costruzione perfetta per i due interpreti, che ne sanno esaltare tutte le componenti, dolcezza, sensualità, aristocrazia – siamo nei giardini di Versaille. Un bel ritorno della Ferri alla Scala. Roberto Bolle ha poi chiuso la serata alzandone la temperatura con il suo Bolero, di particolare efficacia perché direttamente in relazione con il pubblico e non con il direttore d’orchestra, come Béjart l’aveva concepito. Ma allora, alla prima, in scena c’era una donna, la sensuale Dufka Sifnios.

Aurora Marsotto 


TORINODANZA 2020


TorinoDanza 2020. Dimitris Papaioannou TorinoDanza 2020. Dimitris Papaioannou.

E’ la fantasia che guida quest’anno la riapertura delle stagioni teatrali, ognuno s’inventa, osservando le nuove e speriamo transitorie regole, approcci molto particolari. Uno degli ospiti più attesi della nuova edizione di TorinoDanza, da poco apertasi, è stato il coreografo Dimitris Papaioannou, che si è presentato in palcoscenico egli stesso (56 anni) e un suo discepolo (23 anni), insieme hanno raccontato, in un teatro, il bellissimo Carignano, naturalmente poco affollato, ma caldo e accogliente come un salotto sabaudo, le sue meditazioni durante il lookdown, passato nella sua casa di Atene, con il ragazzo tedesco Šuka Horn alloggiato poco distante da lui. Ne nasce una brano ancora in fieri, presentato qui in prima assoluta e coprodotto dallo Stabile di Torino con Festival Aperto Reggio Emilia. Ink, su musiche anche di Vivaldi, potrebbe rimanere un corpo unico, potrebbe essere l’incipit di una serata intera, intanto il pubblico con Papaioannou è entrato nei meandri nelle sue sensazioni, un po’ alterate dalla forzata parentesi e quindi più incline a meditare su se stesso. I suoi valenti collaboratori hanno creato per lui una installazione interessante, teloni di cellophan che  illuminati e bagnati da getti d’acqua rotante creano l’illusione di entrare nella mente di Papaioannou. Il percorso inizia con un po’ di fatica, il distributore d’acqua, un banale rubinetto per prato fa un po’ di bizze, ma poi quando lo si abbandona allora la scenografia prende quota. I getti d’acqua, elemento naturale così connotato alla nascita e all’evoluzione umana, e su cui Papaioannou basa l’intera composizione,  possono accoglierlo con i pensieri rivolti alla sua vita e ai suoi desideri non soddisfatti. Ecco allora presentarsi la gioventù, vista come scoperta e l’amore come desiderio, astratto e fisico, nelle sembianze del prestante Horn. E il suo desiderio di maternità. Non di paternità, ma l’essere madre che più compiutamente continua la specie. Lo schizzo del coreografo greco – più che un lavoro lo vediamo come un blocco d’appunti – decolla lentamente, ma poi cattura più dell’attenzione. Sa parlare a tutti e stupisce il coraggio di quest’uomo che si apre agli altri con l’innocenza di un bambino. Il risultato? Finalmente scambi d’idee, discussioni, tante argomentazioni tra il pubblico che fanno bene in questo momento dove si deve mantenere la distanza fisica, ma non delle idee. 

Aurora Marsotto


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