CARLA FRACCI


Il Mondo piange Carla Fracci. Il Mondo piange Carla Fracci.

Forse avvolta nel suo leggendario tutù voluto da Anton Dolin, per la sua irraggiungibile Giselle, sicuramente con passo lieve ed elegante, Carla Fracci è entrata nell’Olimpo della danza, tra gli Immortali. Ma ciò che fa la differenza con Maria Taglioni, Nijinsky, Nureyev, è che lei rimarrà per sempre nel cuore e nell’immaginario di moltissimi, non solo l’affezionato pubblico di estimatori. Il suo grandissimo contributo alla Danza è stato quello di avvicinare le persone meno avvezze all’arte e al balletto, danzando senza esclusione nei teatri più prestigiosi di tutto il mondo, ma anche nelle piazze e nei piccoli borghi. Complice la bellezza, il fascino, una tecnica mai invasiva dell’interpretazione, nella quale sapeva immergersi con il talento dell’attrice, Carla Fracci emozionava grandemente sia che vestisse i tutù -diversi ci teneva a sottolineare- di Giselle o di Sylphide, che gli svolazzanti abiti di Giulietta o di Medea. Ha dato vita a più di duecento eroine e di esse sottolineava ancora “mai uguali, nella tecnica, nell’atteggiamento, nelle emozioni”. Scoperta giovanissima da Luchino Visconti, dalla serata del suo passo d’Addio al Teatro alla Scala, era il 1954, grazie anche a Beppe Menegatti, che ne divenne il marito, fu proiettata nel mondo internazionale della cultura. E questo fece la differenza per la scelta dei partner, i più celebri sulla scena da Erik Bruhn a Rudolf Nureyev, a Barysnikov, Vassiliev, Gheorghe Iancu, a Murru, Bolle e per le amicizie, annoverava la principessa Margaret, Zeffirelli, Maria Callas, Eduardo, il poeta Eugenio Montale che fu padrino del figlio tanto amato, Francesco. Studiò dizione, perché era una attrice nel cuore e la sua espressione ne guidava la danza. Eccola allora splendida protagonista del Verdi per la Rai di Renato Castellani, Dama delle Camelie per Bolognini e poi parecchia televisione con le gemelle Kessler, Renato Rascel, Hearther Parisi. Tutto il repertorio del balletto classico la vide protagonista, ma amava anche il modern di Antony Tudor. Molti i coreografi che hanno creato per lei, su tutti John Cranko per il bellissimo e intenso Romeo e Giulietta, uno dei suoi personaggi più amati e Maurice Béjart (la Fracci danzò anche il celebre Bolero) che le modellò L’Heure Exquise da Becket. Diresse tre compagnie di Ballo, San Carlo di Napoli, Arene di Verona e Opera di Roma. Non la sua amatissima Scala che la vide muovere i primi passi, crescere artisticamente e i suoi grandi successi. Ma grazie al nuovo direttore, Manuel Legris, vi ritornò qualche mese fa per ricostruire la “sua” Giselle e dare delle master class ai primi ballerini. Era felicissima di questa esperienza, desiderava tanto donare tutta la sua esperienza di Ballerina Assoluta , come il Time l’aveva definita, ai più giovani, farli crescere non solo nella tecnica, ma soprattutto nell’interpretazione. Troppe poche lezioni, troppo presto ha raggiunto l’Olimpo della Danza.

Aurora Marsotto


TEATRO ALLA SCALA


Chailly e Muti inaugurano il ritorno alla Scala in presenza. Chailly e Muti inaugurano il ritorno alla Scala in presenza.

Due direttori d’orchestra (e uno nel cuore: Arturo Toscanini), hanno riaperto il Teatro alla Scala al pubblico (ma per 500 eletti) in una due giorni (10 e 11 maggio) alla testa di due orchestre: Chailly con quella di casa, Muti con i Wiener. Due programmi diversi, senza confronto, perché entrambi erano qui a ricordare l’11 maggio del 1946 quando Arturo Toscanini, tornato dall’America, riapriva la Scala dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Allora la sala del Piermarini, appena restaurata, era sicuramente più calda, rumorosa e appassionata di quella che hanno trovato i due Direttori, di oggi. Pubblico disseminato a corona, tra palchi e loggione, per un’orchestra spaziata in platea e un coro alloggiato sui gradoni del palcoscenico. Ma non importa. Si è ricominciato e si spera che non si richiuda più e il pubblico, più numeroso, trovi i biglietti con maggior facilità di questa volta. Programma ottocentesco dai forti colori per Chailly che ha proposto brani di Verdi (Il va pensiero era d’obbligo), Wagner, Purcell, Richard Strauss, Ciaikovskij. A delimitare il passaggio di bacchetta è stata la scoperta della lapide nel foyer d’ingresso del Teatro a Antonio Greppi, il Sindaco di Milano, che permise l’evento di settantacinque anni fa. E poi la stessa sera bacchetta in mano a Riccardo Muti che ha proposto al pubblico, entusiasta, Mendelsson Schumann e Brahms. E le intemperanze raccontate dai media non hanno scalfito il valore artistico dei concerti, dei quali il primo è già stato proposto da Rai 5, mentre quello di Muti si dovrà attendere il suo genetliaco. Compirà ottant’anni il 28 luglio e in quella data il concerto sarà in streaming.

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Teatro alla Scala


Teatro alla Scala di Milano. Teatro alla Scala di Milano. Gala Nureyev. Foto Brescia-Amisano.

Com’è consuetudine di questi tempi, ma speriamo presto di scordarla, il previsto Gala Nureyev pensato per onorare il suo genetliaco (17 marzo 1938) e per ricordare anche le tante collaborazioni e presenze sul palco della Scala del grande danzatore e coreografo, lo spettacolo è andato in onda in streaming. Con la nuova direzione del Ballo affidata a Manuel Legris, che proprio Nureyev promosse étoile dell’Opera di Parigi nel 1988, la serata ha presentato solo brani tratti dalle più celebri rivisitazioni coreografiche del repertorio e creazioni a sua firma. Il corpo di ballo e gli artisti impegnati hanno dato ancora una volta prova di entusiasmo e fermezza nell’affrontare la difficile preparazione e messa in scena, senza il calore del pubblico, l’orchestra adagiata in platea e il direttore Koen Kessels sul fondo. La serata si è aperta con un brano tratto dal secondo atto di Don Chisciotte, nella bella scena hanno danzato Nicoletta Manni, Maria Celeste Losa, Agnese di Clemente, Federico Fresi e Giuseppe Conte. E’ seguito il celebre adagio dalla Bella Addormentata con la protagonista, Martina Arduino, e i quattro cavalieri, Mick Zeni, Massimo Garon, Edoardo Caporaletti, Gioacchino Starace. Poi ecco l’assolo di Manfred, interpretato con intensità dal bravo Claudio Coviello, un balletto creato da Nureyev e per la prima volta presentato anche se ridotto alla Scala. E’ seguita una delle sue ricostruzioni più celebri di Nureyev, Il Lago dei Cigni. A danzare il bel passo a tre di Odile, Siegfried e il mago Rothbart, Nicoletta Manni, Timofej Andrijashenko e Christian Faggetti. Difficile non ricordare lo stesso Nureyev estremamente malefico in Rothbart, personaggio che si cesellò sulle proprie capacità, modificandolo nel tempo. Qui manca la scena, manca il grande mantello del mago. Il grandioso Lago di Nureyev fatica a essere estrapolato in uno spazio con la luce quasi fissa e una gradinata non necessaria, e anche il sottile gioco di sguardi, clou del brano, perde tutta la sua drammaticità. Ma la scarna situazione scenica che si è scelta – solo motivi covid? – non inficia all’estratto di Cenerentola (fresco e delicato il passo a due di Alessandra Vassallo e Gabriele Corrado) e nemmeno al breve brano (la scena del balcone) di Romeo e Giulietta. Ma qui entra di prepotenza Vittoria Valerio, dall’aspetto così esangue, eppure determinatissima a prendersi tutto l’amore possibile, così forte nella sua delicatezza da trascinare in un turbinio di emozioni Marco Agostino, un Romeo in crescendo. Infine chiusura della serata con la sua Raymonda, il balletto al quale Nureyev era particolarmente affezionato, perché l’aveva ricomposto con una forte sentimento russo ma declinato alla grandeur francese che ammirava e il teatro dell’Opera di Parigi ne fu sempre la sua culla preferita. Qui ecco il divertissement dal terzo atto con le brave Virna Toppi, Maria Celeste Losa, Antonella Albano, il corpo di Ballo, ma è la presenza di Nicola Del Freo, che ha calamitato l’attenzione per la sua ottima prestazione, e la luce che sa infondere in scena. Un danzatore di grande tecnica, ma che sa coniugarla con tutti i registi dell’emozione. Un bel finale nel nome di Nureyev. 

Aurora Marsotto


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